Venerdì scorso a Catanzaro abbiamo presentato un progetto che, al netto delle parole di rito, prova a fare una cosa piuttosto semplice e insieme ambiziosa: usare la tecnologia come infrastruttura silenziosa per far emergere il valore reale del patrimonio olivicolo calabrese. Non come fine, ma come mezzo. Non come vetrina, ma come sistema nervoso del territorio.
Uno degli aspetti che mi sta più a cuore – e che ho cercato di raccontare anche durante la presentazione – è che qui la digitalizzazione non è pensata come “un sito” o “un’app” da aggiungere a valle, ma come una struttura di collegamento tra elementi che oggi esistono già, ma parlano poco tra loro: aziende, frantoi, territori interni, operatori turistici, istituzioni, visitatori.
Il primo mattone tecnologico è la mappatura digitale del territorio. Non una cartina decorativa, ma una base dati viva: aziende olivicole, frantoi, percorsi, risorse culturali, elementi paesaggistici. Tutto georeferenziato, interrogabile, aggiornabile nel tempo. Questo tipo di mappa non serve solo al turista finale, ma diventa uno strumento di lavoro per chi progetta itinerari, per chi fa formazione, per chi deve prendere decisioni strategiche. In altre parole: conoscenza strutturata, non storytelling improvvisato.
Da qui si innesta il secondo livello, forse il più delicato: la trasformazione di questi dati in esperienze. La tecnologia entra in gioco per rendere accessibili e comprensibili percorsi complessi. Itinerari che possono essere fruiti online, su mobile, e in futuro anche attraverso sistemi più avanzati di personalizzazione.
L’idea è che il visitatore non venga “spinto” dentro un percorso standard, ma possa essere accompagnato lungo un’esperienza coerente con i suoi interessi, il suo tempo, la stagione, il contesto.
Ed è qui che compare, con molta cautela, il tema dell’intelligenza artificiale. Non chatbot folcloristici o trovate da presentazione e basta, ma strumenti capaci di aiutare l’orientamento, la scoperta, la narrazione.
Un’AI che lavora dietro le quinte, suggerisce connessioni, valorizza contenuti, impara dal comportamento degli utenti per migliorare l’esperienza complessiva. Sempre con un principio chiaro: i dati restano del territorio, e la tecnologia è al suo servizio, non il contrario.
Un altro aspetto centrale riguarda la formazione, che in questo progetto è strettamente legata agli strumenti digitali. Le aziende non vengono semplicemente “mappate”, ma accompagnate a capire come presentarsi, come raccontarsi, come usare questi strumenti in modo sostenibile. La tecnologia diventa così anche un linguaggio comune, che permette a soggetti molto diversi di lavorare dentro una cornice condivisa.
Infine, c’è un tema che spesso viene dato per scontato e che invece è decisivo: misurare. Tutto ciò che viene costruito digitalmente permette di raccogliere dati sull’impatto reale del progetto: partecipazione, visibilità, flussi, risultati. Questo non per trasformare il territorio in un cruscotto, ma per garantire trasparenza, continuità e capacità di miglioramento nel tempo.
In estrema sintesi, il progetto presentato a Catanzaro vuole dimostrare — anche nei risultati misurabili — che tecnologia e territorio non sono mondi opposti.
Se progettata con metodo e rispetto, la tecnologia può diventare uno strumento di ascolto, di connessione e di valorizzazione profonda. Un’infrastruttura discreta, ma fondamentale, per accompagnare l’olio di Calabria IGP – e tutto ciò che gli ruota attorno – verso una nuova forma di racconto e di esperienza.
